Gli anni trascorsi all’università sono un investimento su sé stessi, ma ai fini della pensione, di per sé, non contano nulla: durante il corso di studi non si versano contributi, e quel periodo resta un “buco” nella carriera contributiva. A meno di fare una scelta precisa: il riscatto della laurea, lo strumento che permette di trasformare quegli anni in anzianità utile per la pensione.
È una decisione che può anticipare il momento del pensionamento o aumentare l’importo dell’assegno, ma ha un costo e va valutata con attenzione, perché la convenienza dipende molto dalla situazione personale. Vediamo come funziona, quanto costa e quando ha davvero senso.
Cos’è il riscatto della laurea
Il riscatto della laurea è la facoltà, prevista dalla normativa previdenziale, di rendere utili ai fini pensionistici gli anni dedicati agli studi universitari, versando all’ente previdenziale un importo chiamato onere di riscatto. In pratica, si “comprano” quegli anni, che vanno così ad aggiungersi alla propria anzianità contributiva.
Il riscatto vale per i titoli di studio universitari che hanno portato al conseguimento del diploma: lauree triennali, magistrali, del vecchio ordinamento, diplomi universitari, dottorati di ricerca e titoli equiparati. Un aspetto importante è che si possono riscattare soltanto gli anni del corso legale di studi, cioè la durata prevista del corso: gli eventuali anni “fuori corso” non sono riscattabili. Se, per esempio, ci si è laureati in sei anni in un corso di durata quinquennale, si potranno riscattare al massimo cinque anni.
Come funziona e chi può richiederlo
Possono chiedere il riscatto sia i lavoratori già iscritti a una gestione previdenziale, sia — a certe condizioni — coloro che non hanno ancora iniziato a lavorare, i cosiddetti inoccupati. La domanda si presenta all’INPS (o alla cassa professionale di appartenenza, per chi è iscritto a un ordine), che calcola l’onere e comunica le modalità di pagamento.
I periodi riscattati diventano utili a due fini distinti, ed è una distinzione decisiva per capire la convenienza: contribuiscono al diritto alla pensione (cioè al raggiungimento dei requisiti di anzianità per accedervi) e alla misura della pensione (cioè all’importo dell’assegno). Riscattare la laurea può quindi servire ad andare in pensione prima, ad avere una pensione più alta, o entrambe le cose.
Il pagamento dell’onere, che può essere consistente, può essere effettuato in un’unica soluzione oppure rateizzato, generalmente fino a un massimo di 120 rate mensili senza applicazione di interessi. È un elemento da non trascurare, perché rende l’operazione più sostenibile nel tempo.
Quanto costa: i diversi criteri di calcolo
Il costo del riscatto è l’aspetto più delicato, perché può variare moltissimo a seconda del criterio applicato, che dipende dalla collocazione temporale degli anni da riscattare e dal sistema di calcolo della pensione.
Quando gli anni da riscattare si collocano in periodi valutati con il sistema contributivo, l’onere si calcola applicando l’aliquota contributiva vigente (attualmente il 33% per i lavoratori dipendenti) alla retribuzione degli ultimi dodici mesi. In questo caso il costo è proporzionale al reddito: più alta è la retribuzione, più elevato è l’onere. Per capire come questi versamenti si traducono poi in pensione, può essere utile approfondire il funzionamento del montante contributivo.
Esiste poi una modalità agevolata (talvolta chiamata riscatto “light”), pensata per rendere l’operazione più accessibile per i periodi da valutare con il sistema contributivo. In questo caso l’onere non si calcola sulla retribuzione effettiva, ma su un valore minimo di riferimento fissato dalla legge, con un costo per ciascun anno più contenuto e sostanzialmente uniforme. È spesso la via più interessante per i più giovani e per chi ha redditi elevati, ma la disciplina di questa modalità è stata più volte modificata dal legislatore: è indispensabile verificarne l’attuale vigenza e gli importi aggiornati direttamente sul sito dell’INPS o con un professionista.
Per i periodi più risalenti, valutati con il vecchio sistema retributivo o misto, si applica invece il criterio della cosiddetta “riserva matematica”, che tiene conto di età, anzianità e retribuzione: è generalmente il metodo più oneroso.
Data la variabilità delle regole e degli importi, prima di decidere è sempre bene richiedere all’INPS un preventivo personalizzato: è l’unico modo per avere una cifra attendibile riferita alla propria posizione.
I vantaggi fiscali del riscatto
Un elemento che incide in modo significativo sulla convenienza reale è il trattamento fiscale, spesso sottovalutato. L’onere versato per il riscatto della laurea è infatti interamente deducibile dal reddito complessivo IRPEF del lavoratore. Questo significa che una parte del costo “torna indietro” sotto forma di minori imposte, in misura tanto maggiore quanto più alta è l’aliquota marginale di chi lo sostiene.
Nel caso in cui il riscatto sia pagato da un familiare a favore di un soggetto fiscalmente a carico e privo di redditi — per esempio un genitore che riscatta la laurea del figlio non ancora occupato — è invece prevista una detrazione d’imposta del 19% sull’importo versato. Attenzione però a un requisito essenziale: questa detrazione spetta soltanto se il soggetto per cui si effettua il riscatto non è stato iscritto ad alcuna forma di previdenza. Se il figlio ha già lavorato, anche solo per un breve periodo, e ha quindi una posizione contributiva aperta presso una gestione previdenziale, il familiare non può beneficiare della detrazione.
La deducibilità, in particolare, può ridurre in modo sensibile il costo effettivo dell’operazione, ed è una delle ragioni per cui il riscatto risulta spesso più conveniente per chi ha redditi elevati.
Quando conviene riscattare la laurea
Non esiste una risposta valida per tutti: la convenienza va valutata caso per caso, mettendo a confronto il costo con i benefici attesi. Alcuni criteri aiutano però a orientarsi.
Conta molto l’obiettivo: se serve a maturare prima il diritto alla pensione, il riscatto può valere anni preziosi di anticipo; se punta ad aumentare l’importo dell’assegno, l’effetto va quantificato in rapporto al costo. Conta il reddito, perché la deducibilità rende l’operazione più efficiente per chi ha aliquote fiscali alte. Conta l’età e il momento in cui si effettua il riscatto, che influenzano sia il criterio di calcolo sia l’orizzonte su cui si spalmano i benefici. E conta, naturalmente, la disponibilità economica, tenendo presente la possibilità di rateizzare.
Il riscatto della laurea, del resto, è solo una delle leve della pianificazione previdenziale, che comprende anche le opzioni di pensione anticipata e gli strumenti di previdenza complementare come il fondo pensione. Valutare il riscatto senza guardare al quadro d’insieme rischia di far prendere decisioni parziali.
In conclusione
Il riscatto della laurea è uno strumento potente per chi vuole colmare il “buco” contributivo degli anni di studio, anticipare la pensione o rafforzarne l’importo. Ha però un costo che varia sensibilmente in base al criterio di calcolo e alla propria posizione, e la sua convenienza dipende da un’attenta analisi costi-benefici che tenga conto anche del vantaggio fiscale.
Proprio perché le variabili in gioco sono molte — e perché le regole cambiano nel tempo — la decisione va presa con un preventivo alla mano e uno sguardo all’intera strategia previdenziale. Se vuoi valutare se il riscatto della laurea conviene nel tuo caso e come inserirlo nella pianificazione della tua pensione, contattami per una consulenza personalizzata: analizzeremo insieme numeri, tempistiche e alternative.



